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lunedì 5 marzo 2018



Ci sono fossili su Marte?

Cosa ci fa una conchiglia sul suolo marziano? Ufficialmente, nulla, visto che sul Pianeta Rosso la vita- per quanto ne sappiamo finora- non c’è e non c’è mai stata. Eppure una foto scattata da Curiosity, il rover della NASA che da anni ormai sta esplorando Marte, ha acceso la fantasia della rete. Lo scatto in questione- Sol 1934 del 10 gennaio 2018- mostrerebbe infatti due oggetti molto simili ad una conchiglia.

A diffondere l’immagine con relativa spiegazione è stato Scott C. Waring, sul suo sito UFO Sightings Daily, non nuovo a notizie del genere. Ecco il suo post: “Oggi ho trovato la prova di un antico oceano… Mi sono accorto che c’erano due oggetti simili a conchiglie ad un metro dal rover. Uno è di un bianco acceso che spicca molto bene sullo sfondo sbiadito. L’altro è grigio e di dimensioni simili al primo. Entrambi hanno un’estremità a punta e una arrotolata, inoltre hanno anche un’apertura di lato che serve come apertura per il mollusco all’interno. Questa non è la prima volta che si trova una conchiglia su Marte, anzi forse è la quindicesima volta. Va’ su Google e cerca ‘conchiglie su Marte’. Ne sarai stupito.”

Secondo uno studio dell’ESA, in effetti- miliardi di anni fa– Marte era ricoperto da un vasto oceano, più grande del nostro Mare del Nord. Di quella enorme distesa d’acquarimangono ora tracce nel sottosuolo marziano, ricco di ghiaccio: riserva un giorno utilizzabile se e quando colonizzeremo il Pianeta Rosso. Ma in quegli oceani esisteva la vita in forme complesse? C’era una fauna marina? Qualcosa, insomma, paragonabile ad un mollusco dotato di guscio? Per gli scienziati è praticamente impossibile: non ce n’è stato il tempo. Già 3 miliardi di anni fa, dicono, Marte doveva essere molto simile ad oggi-arido e desolato.

Un’affermazione che non convince gli appassionati di vita aliena, che anzi trovano sulla superficie marziana continue prove e tracce di un passato “terrestre”: sculture, piramidi, edifici,ossa e fossili, quando addirittura non vedono- nelle immagini trasmesse sulla Terra da Curiosity- animali e figure umane. Pura fantasia, semplice illusione ottica- assicurano dalla NASA: è tipico del cervello umano riconoscere forme note in oggetti informi o in strutture caotiche esattamente come avviene quando osserviamo le nuvole in cielo- la cosiddetta “pareidolia”.

Raggiunto da Newsweek, il portavoce della NASA Guy Webster ha proprio usato questo argomento per ribattere alle affermazioni di Scott C. Waring. “A voi non sembrano semplici pietre? A me sì. Può essere divertente riconoscere volti, statue, conchiglie e altre forme nelle rocce che sono state scolpite dall’erosione. Le centinaia di migliaia di foto scattate dai rover americani e rese disponibili al pubblico danno un sacco di possibilità alla gente che ha voglia di farlo.” Dunque, solo un passatempo da internauti, senza alcun fondamento scientifico.

Ad avere però quanto meno il dubbio che, in passato, su Marte la vita sia esistita e che oggi se ne possano trovare le testimonianze fossili c’è anche un numero crescente di seri ricercatori. Come Nora Noffke, geobiologa presso la Old Dominion University in Virginia: dopo aver attentamente studiato le immagini delle strutture sedimentarie presenti in quello che una volta era il Lago Gillespie ha trovato sorprendenti somiglianze con quelle prodotte sulla Terra dai microbi fossilizzati. Manca la dimostrazione definitiva- l’analisi diretta di una di queste rocce marziane- ma la Noffke ha affermato: “Questa è la mia ipotesi e queste sono le prove che ho, anche se penso proprio che siano molte.” Vita microbiotica- ma pur sempre vita.

Sono invece organismi molto più complessi quelli che ipotizza un altro studioso, ricercatore del Buckingham Centre for Astrobiology in Gran Bretagna, sulla base di un’altra recente fotografia di Curiosity. Barry Di Gregorio- questo il suo nome- ha notato dei segni su una pietra marziana: mostrano una notevole somiglianza con le tracce fossili che ha studiato a lungo nelle rocce terrestri e risalenti al periodo Ordoviciano- il secondo dei sei periodi geologici in cui è suddivisa l’era paleozoica.

Sembrano bastoncini, spessi 1-2 millimetri e lunghi 5, troppo grandi per essere batteri: assomigliano a dei vermi preistorici. “Se non sono dei fossili, con quale altra spiegazione geologica se ne verrà fuori la NASA?”, si è chiesto Di Gregorio. La risposta è già arrivata: non avrebbero alcuna origine biologica, ma si tratterebbe di semplici formazioni di cristalli. Per stabilirlo con certezza, però,  servirebbero analisi che il rover marziano non può fare. Per ora, il dubbio resta.

SABRINA PIERAGOSTINI

tratto da Extremammente.it


Ecco l’elenco degli asteroidi potenzialmente più pericolosi

Niente paura: per ora nessun asteroide ci minaccia e nessun impatto imminente si profila all’orizzonte. Neanche 2002 AJ129- che il 4 febbraio ci passerà accanto ad appena 4,3 milioni di km, oltre dieci volte la distanza Terra/Luna- può turbare i nostri sonni. Però le rocce spaziali che attraversano il sistema solare costituiscono un rischio effettivo, preso seriamente in considerazione dagli studiosi. Non solo perché in passato- milioni di anni fa- questi enormi proiettili vaganti hanno effettivamente colpito il nostro pianeta provocando persino estinzioni di massa, ma anche perché ogni anno dal cielo ne piovono tra le 37 mila e le 78 mila tonnellate. E  non sempre è facile prevederne l’arrivo.

Ecco perché gli asteroidi vengono tenuti sotto costante controllo da una rete di telescopi che ne seguono il percorso e (quando si può) ne calcolano il tragitto. NASA, CalTech e altri centri di studio che li monitorano hanno elencato quelli considerati potenzialmente più minacciosi sulla base della loro dimensione e soprattutto delle orbite che li riportano ciclicamente dalle nostre parti e che possono progressivamente variare: nel corso del tempo, gli stessi asteroidi possono infatti avvicinarsi o allontanarsi dalla Terra. E questo implica un maggiore o un minore margine di rischio, come ricorda Keith A. Spencer nel suo articolo per la rivista Salon.com.

È il caso, ad esempio, di 3200 Phaeton (in italiano, Fetonte) che proprio di recente ha sfiorato- in termini astronomici- il nostro pianeta. Un corpo celeste anomalo, responsabile della “pioggia di stelle” che si verifica a dicembre: con un diametro medio di oltre 5 chilometri, quando si avvicina al Sole si surriscalda, la sua superficie si spacca e fuoriesce della polvere. E quelle particelle che cadono periodicamente sulla Terra, bruciando nell’atmosfera,  producono le Geminidi, uno sciame meteorico spettacolare. Nel dicembre 2017, Fetonte- caratterizzato da un’orbita molto ellittica- era a 10 milioni di km da noi, tanto che poteva essere osservato con un piccolo telescopio.

Se un giorno dovesse colpire la Terra, le  conseguenze sarebbero devastanti. Basti pensare alla baia di Chesapeake, tra Maryland e Virginia, formatasi 35 milioni di anni fa in seguito all’impatto di un asteroide lungo tra i 3 e i 5 chilometri , dunque appena più piccolo di 3200 Phaeton: il cratere – secondo i calcoli dell’US Geological Survay- ha un diametro di un’ottantina di chilometri. Se un asteroide del genere cadesse oggi, probabilmente non cancellerebbe la vita sul pianeta, ma di sicuro provocherebbe danni enormi e centinaia di milioni di morti: l’intero nord America sarebbe inabitabile per molto tempo. Ecco perché la NASA ha inserito 3200 Pheton nella lista delle rocce spaziali potenzialmente a rischio- da tenere d’occhio, insomma.

Decisamente più piccolo, ma altrettanto problematico, è poi 2017 XO2, individuato per l’appunto solo lo scorso anno. Nonostante le sue dimensioni ridotte- circa 100 metri- è stato incluso nella lista degli asteroidi più pericolosi per la frequenza dei suoi passaggi nelle vicinanze del nostro pianeta, con una percentuale di impatto dello 0,002- minima, ma pur sempre più di zero. Lo vedremo dalle nostri parti il 28 aprile 2041, il 29 aprile 2047, il 28 aprile 2053 e così via, ogni sei anni più o meno nello stesso giorno di primavera. La sua traiettoria è stata calcolata dal CNEOS- il Centro di Studi sugli Oggetti  Vicini alla Terra- fino al 2111. Se non accade qualcosa di peggio,  2017 XO2 continuerà a ronzarci attorno per migliaia di anni.

L’ancora più bassa possibilità di impatto di 2017 YZ1, pari allo 0,00015 per cento, basta comunque ad assicurargli un posto nell’elenco: infatti, secondo gli astronomi, in termini di percentuale è più facile essere centrati da questo asteroide che vincere alla lotteria… La data per questo potenziale incontro troppo ravvicinato è fissata per il 30 giugno 2047. Ma nel malaugurato caso in cui 2017 YZ1 dovesse davvero colpirci, per lo meno sembra scongiurato il rischio estinzione di massa: la roccia spaziale è grande “appena” 300 metri. Non abbastanza per cancellare la vita sul pianeta, sufficiente però per complicare l’esistenza ai sopravvissuti al cataclisma.

Ultimo solo in ordine di tempo- ma non per potenziale pericolosità- è 2018 AE2: come la sigla fa intuire, è stato scoperto proprio all’inizio di quest’anno. Le sue esatte dimensioni non sono note, ma dovrebbero essere comprese tra 250/570 metri. Anche questo asteroide orbita attorno al nostro Sole e secondo i calcoli tra il 2094 e il 2112 c’è la bassa, bassissima probabilità che precipiti sulla Terra. Ipotizzando un peso di 50 tonnellate e una velocità di 23 chilometri al secondo, l’impatto avrebbe effetti catastrofici, pari a 3200 megatoni: insomma, è come se esplodesse metà dell’arsenale atomico mondiale in un solo istante. Incrociamo le dita.

Per questo secolo e per il prossimo, lo abbiamo visto, le probabilità che un asteroide ci colpisca sono davvero ridotte a numeri decimali. Quindi, niente panico. Ma attenzione: le previsioni sono state fatte a breve termine, solo da qui ai prossimi 100 anni. Nessuno finora ha preso in esame quello che potrà accadere fra 200 , 300 o 400 anni. Sia perché i secoli a venire ci sembrano tanto lontani, specie in prospettiva della durata della vita umana, sia perché anno dopo anno aumenta l’incertezza orbitale. Per valutare la posizione di un asteroide e calcolarne il tragitto in futuro, la precisione è tutto. E un errore di pochi chilometri oggi potrebbe significare la differenza tra il disastro globale e il nulla di fatto domani.

SABRINA PIERAGOSTINI


tratto da extremamente.it


L’astronomo del SETI:”Nella galassia 10 mila civiltà aliene”

Non sono dietro l’angolo, ma ci sono. E sono pure tante, tantissime, più di quanto non abbiamo mai osato immaginare: circa 10 mila nella sola Via Lattea. Stiamo parlando di civiltà aliene e a fare queste affermazioni non è un ufologo fantasioso, ma uno degli astronomi più noti al mondo, Seth  Shostak. Ironico com’è nel suo stile, il capo del SETI spiega la sua convinzione in un articolo pubblicato sul sito del centro per la Ricerca di Intelligenza Extraterrestre.

“Se dici in giro che credi agli Alieni, dubito che i tuoi amici ne rimarranno scioccati. In un universo illuminato da 2 trillioni di galassie, sarebbe  da veri arroganti pensare che la Terra sia l’unica ad ospitare creature dotate di intelligenza. E un sondaggio del 2015 ha mostrato che il 54% degli Americani è convinto che nello spazio esistano alieni intelligenti”, esordisce Shostak. Merito forse della fantascienza- aggiunge- ma non solo, visto che ormai molti scienziati concordano sul fatto che il cosmo pulluli di vita, inclusa quella cosciente e senziente. Insomma, di organismi un po’ più evoluti dei semplici batteri.

Ma quanto è diffusa? Siamo in grado di azzardare una previsione sulla posizione degli ET più vicini a noi? Domande complicate, alle quali l’astronomo senior del SETI prova comunque a rispondere, partendo dalla famosa “Equazione di Drake”, formulata negli anni ’60 del secolo scorso dall’astrofisico Frank Drake proprio per stimare l’ipotetico numero di società tecnologiche sparse nell’Universo sulla base di molte incognite– quanti sono i pianeti abitabili, quale è la probabilità che la vita si sia sviluppata e quale che poi si sia evoluta in forme intelligenti e così via. “Ma anche senza lottare con l’Equazione di Drake- dice l’autore- possiamo usare un simile ragionamento per valutare la vastità delle civiltà aliene e quanto possano esserci vicini i Klingon.”

Ecco allora il suo calcolo: “Partiamo dalla recente ricerca che mostra che una stella su 6 ospita un pianeta adatto alla vita. No, non una su un milione: una su sei.  Prendiamo questo numero e procediamo. Però dobbiamo anche formulare alcune ipotesi. Per esempio, avendo un milione di mondi terrestri, quale percentuale di essi pensiamo che potrebbe generare abitanti tecnologicamente avanzati? La vita sul nostro pianeta è iniziata velocemente: un’ attività chimica casuale in 350 milioni di trillioni di galloni di acqua oceanica ha prodotto una molecola riproduttiva nel giro di poche centinaia di milioni di anni.  Quindi, forse la biologia non ha bisogno di grandi stimoli per prendere il via.  Non è irragionevole pensare che almeno la metà dei pianeti adatti alla vita la ospiti effettivamente.

Ma ovviamente c’è vita e vita. Un conto è un microorganismo o una forma vivente elementare, un conto è una creatura capace di pensare e comunicare. E c’è modo e modo anche di pensare e comunicare. La Terra, ad esempio,  è stata per lungo tempo dominata da una specie ben organizzata e  fisicamente molto potente, ma poco portata per la matematica o la letteratura- i dinosauri. E sappiamo che brutta fine hanno fatto… Rimanendo molto cauti, possiamo allora affermare- dice Seth Shostak- che solo uno su 100 di questi pianeti simili alla Terra accolga sulla sua superficie esseri senzienti. Per trovare però creature tecnologicamente avanzate, arriviamo ad un sistema solare su 100 milioni. Più o meno la stessa probabilità di trovare il biglietto vincente per l’estrazione settimanale della lotteria Powerball- scherza l’astronomo.

“Ma quanto saranno distanti i più vicini Alieni in grado di mandare messaggi? Se pagassimo abbastanza denaro per accendere i motori a curvatura e visitare degli ET con la testa stramba, quanto dovremmo viaggiare? Be’, la distanza media tra le stelle nella nostra parte della galassia è di 4.2 anni luce, la distanza di Proxima Centauri da noi. Quindi, per ogni cubo di spazio  di 4.2 anni luce per lato, troverai in media una stella. Ora immagina un cubo molto più grande, di 2 mila anni luce per lato: conterrà 100 milioni di stelle e una civiltà evoluta.”  Ma visto che la nostra galassia di stelle ne contiene svariati miliardi, i numeri aumentano vertiginosamente.

Poco però cambia, secondo Seth Shostak, per quanto riguarda la nostra possibilità di incontrarli. “Sulla base di questo calcolo a spanne- prosegue- gli Alieni più vicini sono probabilmente tra i 1000 e i 2 mila anni luce da noi. In altre parole, non più vicini delle tre luminose stelle della Cintura di Orione.  Certo, i nostri vicini extraterrestri potrebbero essere anche più lontani o più vicini, ma questo ordine di valutazione ci fa capire che non si trovano alla porta accanto.  Non devono aver ricevuto nostre notizie e non sembrano molto interessati a venirci a trovare, semplicemente perché non sanno che siamo qui.”

Il ragionamento di Shostak non fa una piega: se una civiltà tecnologica si trova a 1000 o 2000 anni luce dalla Terra, non può sapere nulla di noi, perché abbiamo iniziato ad emettere segnali captabili dallo spazio da poco più di un secolo- da quando sono state inventate la radio e la tv. E visto che le onde elettromagnetiche viaggiano alla velocità della luce, sono arrivate al massimo a circa 100 anni luce da noi. Gli ET che abitano su mondi più distanti ancora non hanno ricevuto nessuna prova della nostra civiltà. Per loro, non esistiamo.

“A proposito, neppure noi andremo mai a far loro visita. I razzi più veloci che abbiamo a disposizione oggi impiegherebbero almeno 20 milioni di anni per raggiungerli e in tutto quel tempo ci stuferemmo del cibo a bordo”, continua con il suo solito umorismo. Ma la conclusione è interessante. “Sì, gli Alieni sono qui attorno e 10 mila società possono abitare la nostra galassia (senza contare tutte le altre!). Non sono vicini, ma possono essere individuati. Ecco perché continuiamo a scandagliare il cielo alla ricerca di segnali radio inviati nell’etere molto tempo fa dai nostri fratelli cosmici.”

SABRINA PIERAGOSTINI


tratto da Extremamente.it

venerdì 15 aprile 2016



Perché ora a Stephen Hawking piacciono improvvisamente gli alieni?




Questo martedì, la leggenda della fisica Stephen Hawking e il miliardario Yuri Milner hanno annunciato una nuova, importante, iniziativa per l’esplorazione dello spazio chiamata ‘Starshot.’ Con l’aiuto di sonde della dimensione di un francobollo accelerate al 20 percento della velocità della luce attraverso un sistema di laser con base sulla Terra, la coppia spera di poter visitare il sistema stellare più vicino al nostro, Alfa Centauri. Il viaggio da 4.37 anni luce potrebbe essere svolto in appena 20 anni, dicono. Niente male.
Gli appassionati più attenti potranno facilmente notare un certo tipo di dissonanza tra la recente paranoia di Hawking relativa al fatto che gli alieni ci uccideranno tutti e il suo improvviso interesse per, ecco, la ricerca degli alieni.
Dopo tutto, la scorsa estate durante un evento, ha spiegato:
Non sappiamo granché sugli alieni, ma conosciamo diverse cose sugli esseri umani. Se guardiamo alla storia, il contatto tra umani e organismi meno intelligenti è spesso disastroso dal loro punto di vista, e l’incontro tra civiltà munite di tecnologie avanzate e civiltà con tecnologie primitive è sempre finito male per quelle meno sofisticate. Una civiltà capace di leggere uno dei nostri messaggi potrebbe essere miliardi di anni avanti a noi. Se così fosse, sarebbero infinitamente più potenti di noi, e per loro potremmo non essere altro che batteri.
Quell'evento nei fatti si trattava di una presentazione in grande stile di una vera e propria iniziativa chiamata Breakthrough Listen, che, se completata, si prefiggerà l’obiettivo di cercare gli alieni rilevando segnali radio e laser non naturali provenienti dallo spazio. Il passaggio chiave è che sarà una ricerca a senso unico: non verranno inviati messaggi nello spazio. Si ascolterà e basta.
(Un’altra iniziativa, Breakthrough Message, consiste di una competizione globale per la ricerca del migliore messaggio da inviare nello spazio. Sottolinea, però, che i messaggi non verranno inviati.)
È chiaro, però, che inviare una piccola sonda dalla Terra—munita di sensori, equipaggiamento per la comunicazione e altra tecnologia terrestre—significa distribuire una bella quantità di informazioni critiche riguardo la Terra e sui abitanti intelligenti. È l’equivalente interstellare di sventolare una mazzetta di banconote in un quartiere malfamato (senza offesa per chiunque abiti Alfa Centauri, non vi conosciamo ancora!)
Quindi, perché Hawking ha cambiato idea? Abbiamo qualche sospetto:
GLI ALIENI LO HANNO PRESO
È ciò che succede in Le guide del tramonto di Clarke, più o meno. Gli alieni arrivano sulla Terra e sono troppo intelligenti per rivelarsi, così sfruttano il Segretario Generale delle Nazioni Unite come fantoccio. Questo tizio è l’unico che riesce a salire sulla navicella degli alieni e a parlare con il loro leader. Così, patteggia senza saperlo la sottomissione della razza umana. Non è un traditore, è solo un gonzo. Sapendo ciò, sembra chiaro che la tecnologia proposta da Hawking e Milner sia pensata direttamente dagli alieni. Per capirci: è troppo tardi.

STEPHEN HAWKING È UN ALIENO, GLI MANCA CASA E NON CE LA FA PIÙ A SOPPORTARCI

Stephen è sul nostro pianeta da ormai 74 anni. Sono qui da almeno meno della metà degli anni e prenderei senza problemi il primo laser-razzo direzione fuori-di-qui—E non sono nemmeno un alieno.

IL VERO PERICOLO È L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Hawking lo dice ormai da tempo, e probabilmente il suo pensiero è riassimubile grazie a questo virgolettato da un op-ed uscito sull’Indipendent nel 2014: “La creazione di un’intelligenza artificiale sarebbe il più grande evento nella storia dell’uomo… Sfortunatamente, potrebbe anche essere l’ultimo, a meno che non impariamo prima a evitarne i rischi. Nel breve periodo, i reparti militari del mondo si stanno armando con arsenali automatici e intelligenti che scelgono gli obiettivi in maniera autonoma.”
Lo scorso anno ho letto un paio di lettere aperta dal Future of Life Institute, Hawking era tra i firmatari. La prima, pubblicata nel gennaio 2015 e titolata “Research Priorities for Robust and Beneficial Artifical Intelligence,” era la più composta delle due, e chiedeva che fosse fatto più lavoro di ricerca nell’ambito della sicurezza delle intelligenze artificiali e sulla possibilità di gestirla con efficacia; mentre la più famosa, pubblicata a luglio, chiedeva un deciso “divieto dei sistemi armati di offesa autonomi fuori dal controllo umano.”
C’è da dire, però, che Hawking negli ultimi anni si è rivelato piuttosto isterico sull’argomento intelligenza artificiale, dalla BBC a Reddit non si sta per niente ammorbidendo sull’argomento. Il che ci porta a...
È ARRIVATA L’APOCALISSE
In alcuni commenti fatti durante una sessione Q&A alle BBC Reith Lectures, a gennaio, Hawking si è pronunciato con toni piuttosto apocalittici, affermando che l’umanità sta entrando in un periodo molto rischioso per quanto riguarda gli avanzamenti tecnologici. Grazie al mix di guerra nucleare, riscaldamento globale e virus bio-ingegnerizzati, stiamo implorando lo svilupparsi degli eventi di portarci all’estinzione.
La soluzione? Scappare da questo pianeta il prima possibile.
“Anche se la possibilità di un disastro sul pianeta Terra in una data guerra è piuttosto bassa, aumenta col passare del tempo, e diventerà più o meno certa nel prossimo migliaio o decina di migliaia di anni,” ha detto, secondo la BBC. “Allora, dovremmo essere stati capaci di diffonderci nello spazio e su altre stelle, così che un disastro della Terra non significherà la fine della razza umana.”
“In ogni caso, non riusciremo a stabilire colonie auto-sufficienti nello spazio nel prossimo centinaio di anni, quindi dobbiamo fare molta attenzione in questo periodo.”
L’iniziativa Breakthrough Message di cui abbiamo parlato prima (quella in cui una serie di messaggi vengono scritti per essere inviati nello spazio ma poi non li inviamo) è molto più semplice del previsto—Per Hawking l’unico messaggio da inviare è “nuclearizzateci.

tratto da http://motherboard.vice.com/



Il nuovo folle progetto di Stephen Hawking ci porterà su Alfa Centauri



L’epica fantascientifica della seconda metà del ‘900 ci ha incatenati a uno spettacolare quanto scomodo demone: l’idea che per andare nello spazio servano dei giganteschi e ingombranti astro-vascelli.
Sembra, però, che quest’era sia finita: ieri l’internet investor Yuri Milner e il luminare della fisica Stephen Hawking hanno annunciato l’inaugurazione, nell’ambito del progetto Breakthrough Starshot, di un investimento da 100 milioni di dollari per la progettazione e l’ingegnerizzazione di un sistema che permetterà di accelerare a oltre 160 milioni di chilometri orari dei nano-vettori spaziali dal peso misurabile in grammi, per lanciarli nello spazio profondo e, secondo i primi calcoli, raggiungere il sistema stellare Alfa Centauri in appena 20 anni.
“Entro la prossima generazione Breakthrough Starshot mira a sviluppare un ‘nanocraft’—una sonda robotica spaziale dal peso di un grammo—e usare un raggio di luce per accelerarla al 20 percento della velocità della luce,” si legge nel post pubblicato ieri su Facebook da Stephen Hawking in persona.
La conferenza, tenutasi al One World Observatory a New York, ha visto la partecipazione anche di Mark Zuckerberg, che si unirà alla gestione del progetto, estendendo i confini del suo dominio globale anche all’atmosfera esterna del nostro pianeta. Inoltre, la divisione scientifica del programma sarà guidata da Pete Worden, ex diretto dell’Ames Research Center della NASA.
L’idea è piuttosto semplice: una vascello con a carico una flotta di nano-vettori viene lanciato e viene mandato in orbita a massima altitudine sopra la terra—Ogni unità a carico consiste di un piccolo “StarChip” equipaggiato con camere, sensori e equipaggiamento per la comunicazione, assieme un “lightsail”, una vela per trasporto lunga circa 3 metri. Tutti assieme, questi componenti pesano pochi grammi.
Una volta sganciati, i chip dispiegheranno le loro vele e saranno colpiti da un’onda di raggi laser sparati da un grosso array presente sulla terra—Secondo la nuova homepage di Breakthrough Startshot, questa scarica a propulsione fotonica potrebbe “accelerare i singoli nanocraft alla velocità richiesta nell’arco di pochi minuti.”
Sono tre le componenti principali del sistema—Prima di tutto lo StarChip, il cuore di Breakthrough Starshot: una (speriamo) vittoria della miniaturizzazione hardware ottenuta grazie alla "legge di Moore, che ha permesso di diminuire moltissimo le dimensioni delle componenti micro-elettriche," si legge sul sito. "Questa premessa ci permette di creare dei wafer da pochissimi grammi che trasportano camera, acceleratori fotonici, batterie e equipaggiamento per la comunicazione e la navigazione. Fondamentale, inoltre, è il "Lightsail", la vela solare di Breakthrough Starshot, "i progressi nelle nanotecnologie stanno producendo metamateriali sempre più sottili e leggeri, che promettono di poter essere utilizzati per la fabbricazione di vele dalla superficie di diversi metri ma spessa solamente pochi atomi."
A Terra, invece, diventa fondamentale il cannone fotonico che sparerà i raggi laser verso gli sciami di nano-vettori, "La crescente potenza e il sempre minore costo dei laser, permesso dalla legge di Moore, ha permesso di fare passi da gigante nell'ambito di queste tecnologie. Nel frattempo, batterie allineate di laser (i "cannoni fotonici) potrebbero essere potenziate fino a 100 gigawatt."
“Una volta che lanceremo questi oggetti e forniremo immagini ravvicinate di pianeti orbitanti attorno a un’altra stella, cominceremo finalmente a definire il destino dell’umanità tutta, e il suo futuro,” ha spiegato Worden a Scientific American. “Se funzionerà, questo progetto cambierà il nostro modo di percepirci come specie e come pianeta.”
Il progetto è ambizioso non solo per gli obiettivi dichiarati, ma sopratutto per la strada che il comitato di Breakthrough Initiatives intende intraprendere. Secondo il sito, infatti, Breakthrough Starshot "sarà basato interamente su progetti di ricerca di pubblico dominio, si impegnerà a pubblicare i nuovi risultati e sarà votato alla trasparenza e al principio dell'open access."

tratto da http://motherboard.vice.com/

venerdì 29 gennaio 2016


GRAHAM HANCOCK: UNA COMETA DISTRUSSE LA                                 CIVILTA' 12.800 ANNI FA -


Circa 30.000 anni fa, un'enorme cometa entrò nel sistema solare. 12.800 anni fa circa 8 dei grandi frammenti di cometa ci colpirono. Ci furono tsunami e effetto serra... 


A cura di Cristina Bassi - Traduco nel seguito una interessante intervista radiofonica di Graham Hancock, ricercatore e autore scozzese, che ha vissuto a lungo in India, dove il padre lavorava come chirurgo. Tornato in patria, si è laureato in Sociologia presso la Durham University e ha iniziato la carriera di giornalista, arrivando a firmare articoli per i più prestigiosi quotidiani britannici quali il Guardian, il Times e l'Independent. Dal 1980 è anche autore di libri. E' altresì noto negli ultimi anni per aver parlato della sua esperienza con l'ayahuasca e per occuparsi di archeologia non mainstream."Circa 30.000 anni fa, un' enorme cometa entrò nel sistema solare interno e venne catturata dal Sole e cominciò ad entrare in un'orbita che attraversava quella della Terra. Divenne così soggetta ad ogni strappo gravitazionale. Le comete non sono cosi grandemente solide come gli asteroidi. Le comete sono enormi masse di roccia tenute insieme dal ghiaccio e cio' che accade poi con questi strappi gravitazionali e col passare del tempo, è che quella cometa gigante iniziò a rompersi in frammenti , alcuni dei quali arrivavano ad essere grandi 20 miglia, altri potevano essere della misura del vostro pugno. Cosi cominciò a formarsi una scia di detriti. 
Immaginate una enorme ciambella sparsa intorno al sistema solare: in questa scia di detriti c'è molta roba piccola, che non è pericolosa, ma c'è molto di grande che è invece orribilmente pericoloso.
12.800 anni fa circa 8 di questi grandi frammenti di cometa ci colpiscono e l'epicentro di questo cataclisma fu sulla calotta artica del Nord America. In tutto il continente nord americano si accesero degli enormi incendi ed avvenne una mega estinzione di cio' che viene chiamato la megafauna, le grandi specie animali di quel tempo. Il clima del mondo cambiò, enormi quantità di acqua ghiacciata furono rilasciate nell'oceano, dalla calotta artica. 
Questo evento interruppe la Corrente del Golfo e causò una radicale caduta del clima mondiale, che scese a livello di glaciazione; questa cosa durò per 1200 anni. 
Se perdiamo la Corrente del Golfo ovviamente la Gran Bretagna sarebbe la prima ad andarsene. La Corrente del Golfo... in molti non si rendono conto dell'enorme ruolo che hanno gli oceani nel mantenere la stabilità del clima e se si interrompessero queste grandi catene di montaggio che prendono le acque calde dall'equatore per portarle nella fredda latitudine del nord, se si interrompesse questo beh...cio' non creerebbe delle conseguenze solo sull'Atlantico , ma su tutto il mondo. Ora il mistero è che l'episodio che inizio' 12.800 anni fa, allo stesso modo si interrompe improvvisamente 11.600 anni fa e sembra che la risposta a questo mistero sia che piu' frammenti di quella cometa colpirono la Terra. Siamo di nuovo stati attraversati
dalla scia dei detriti, 11.600 anni fa e questa volta l'impatto avvenne negli oceani, molto probabilmente l'Oceano Pacifico, il piu' grande sul pianeta.
Se ci furono tsunami? Di certo. Ed anche l'effetto serra. Enormi quantità di vapore acqueo vennero cosi spinti nella atmosfera superiore e questo creò le perfette condizioni per un effetto serra, cosa che spiega perchè la Terra in una questione di generazioni, viene sottoposta ad un riscaldamento di piu' di 10 gradi centigradi. Ciò che rimase delle calotte artiche si sciolse ed accaddero grandi inondazioni. Questo 11.600 anni fa.
Ora, io non sono un fanatico del vedere tutto nero, nè di scenari da cataclisma ... ma penso che dobbiamo essere consapevoli dell'ambiente cosmico in cui siamo." 


tratto da www.noiegliextraterrestri.it

venerdì 24 luglio 2015

Scoperto nuovo pianeta abitabile ad appena.......1400 anni luce!!!!



Kepler 452b, c'è un'altra Terra nell'universo

Quando ieri nel pomeriggio la Nasa ha diramato la nota sull'annuncio "atteso da millenni" in molti hanno sperato che fosse stata trovata la vita extraterrestre. Non è così, ma in compenso è stato trovato un pianeta del tutto simile al nostro nella zona abitabile: Kepler 452-b. Un pianeta  che John Grunsfeld della Nasa ha definito una "nuova Terra". Kepler-452b ha un diametro del 60 per cento più ampio di quello della Terra, ruota intorno a una stella simile al Sole, ha un'eta' di 6 miliardi di anni. Caratteristiche quasi speculari al nostro mondo, che ne fanno il luogo perfetto per aver ospitato, ed ospitare tutt'ora la vita. Il punto su questa straordinaria scoperta.
Anche se Kepler-452b è più grande della Terra, la sua orbita di 385 giorni dura solo il 5 per cento in più di quella del nostro pianeta, ed è il 5 per cento più lontano dalla sua stella, chiamata Kepler-452, di quanto lo sia la Terra dal Sole. Kepler-452 ha 6 miliardi di anni: 1,5 miliardi in più del Sole, di cui ha la stessa temperatura pur essendo del 10 per cento più grande e del 20 per cento più brillante.
Noi allo specchio
Kepler-452b insomma è un un cugino più grande e più vecchio della Terra. Il fatto che il pianeta abbia trascorso 6 miliardi di anni nella zona abitabile della sua stella, - dunque più della Terra- e che lo abbia fatto con le condizioni ottimali apre concrete possibilità perché vi siano delle forme di vita.

L'analisi della natura e delle dimensioni del sistema di Kepler-452, che si trova a 1.400 anni luce di distanza, nella costellazione del Cigno, è stata possibile anche grazie alle osservazioni dell'Austin's McDonald Observatory della University of Texas, del Fred Lawrence Whipple Observatory in Arizona e del W. M. Keck Observatory sul Mauna Kea, alle Hawaii.
Per renderci conto dell'importanza della scoperta basta dare un'occhiata la grafico diffuso dalla Nasa (a seguire) sui più importanti pianeti extrasolari fin'ora scoperti, e che vede per la prima volta un altro pianeta affiancato alla Terra, che orbita intorno al una stella di classe spettrale G, la stessa del nostro Sole. 
Una Terra o tante Terre?
Per anni si era dibattuto su quanto fossero comuni le condizione che hanno permesso alla Terra di diventare un mondo abitato e abitabile. Da ieri sappiamo che -per citare il titolo che ha scelto l'istituto nazionale di Astrofisica per commentare l'evento- " un'altra terra è davvero possibile"
Un mondo che ci somiglia, stabile, roccioso, con temperature e condizioni potenzialmente anche migliori delle nostre, per lo sviluppo di microorganismi o chissà di una civiltà intelligente.
E' giusto ricordare che 1400 anni luce sono una distanza siderale, che date le nostre conoscenze attuali non ci permette di inviare sonde o comunicare con quel mondo che ora conosciamo.Inoltre se ci fosse vita intelligente su Kepler 452-b vedrebbero il nostro medioevo cioè come la Terra era a quell'epoca, come noi d'altronde vediamo il pianeta in questione com'era 1400 anni fà!!
Potrebbe essere solo il primo di tanti. Alcuni hanno ricordato che è di pochi giorni fa la notizia che non è solo la zona abitabile a condizionare le potenzialità di un pianeta ad ospitare la vita, ma la sua composizione chimica. Eppure c'è qualcosa di straordinario in una scoperta con tanti punti in comune con il nostro pianeta. Mai prima d'ora siamo stati così vicini a scoprire "casa nostra" in un altro punto sperduto del cosmo.
Ieri e oggi tutti i giornali del mondo hanno aperto con questa notizia, notiziari televisivi e siti internet hanno dimenticato per un attimo tutto il resto e hanno raccontato come e perché dobbiamo continuare a cercare nell'universo qualcosa che ci somigli. 


Tratto da http://www.ufoonline.it/

venerdì 17 gennaio 2014

Il mistero della luna di Marte

La sonda Mars Express è riuscita ad avvicinarsi a uno dei due satelliti del Pianeta Rosso, la cui natura è ancora incerta

Il mistero della luna di Marte


di Sabrina Pieragostini

Missione compiuta. Mars Express ha appena effettuato il sorvolo più ravvicinato mai tentato prima su Phobos, la misteriosa luna di Marte dalla forma irregolare: è passato  a soli 45 chilometri di distanza dalla sua superficie. Il flyby è stato così veloce da non permettere di scattare immagini, ma la sonda dell'ESA ha potuto rilevare dettagli importanti sul satellite. 

Phobos è la maggiore delle due lune che orbitano attorno al Pianeta Rosso, anche se le sue misure ( 27 x 22 x 18 km) la fanno assomigliare più ad un grosso sasso spaziale. Questa è in effetti è l'ipotesi più accreditata per spiegare la sua origine e quella della compagna Deimos: i due satelliti sarebbero stati due asteroidi catturati dalla gravità marziana, oppure sarebbero dei frammenti schizzati in orbita dopo un impatto gigantesco. Il passaggio di Mars Express dovrebbe aiutare a capirne meglio la reale natura.
La sonda, durante il flyby, ha inviato il segnale a 37 radiotelescopi a terra, che hanno seguito il suo sorvolo istante dopo istante, tracciandone la precisa posizione per 35 ore di fila e individuandone le minime variazioni di rotta. In questo modo, i dati daranno indicazioni sulla massa e sulla densità di Phobos, sul suo campo gravitazionale e sulla sua struttura interna. Un elemento, quest'ultimo, particolarmente interessante, vista la particolarità di questa luna.
Non solo ha un aspetto che la fa assomigliare ad un enorme patata, ma è anche cava. È questo il dettaglio più insolito e ancora tutto da chiarire evidenziato dal precedente sorvolo di Mars Express, nel marzo del 2010: Phobos avrebbe al suo interno uno spazio completamente vuoto, pari ad un terzo o ad un quarto del suo volume. Probabilmente il cuore della luna sarebbe composto da rocce frammentarie separate da ampie cavità.
Questa inusuale caratteristica ha dato il via ad una serie di suggestioni,  inclusa l'ipotesi che vedrebbe in Phobos un satellite artificiale, se non addirittura una chilometrica astronave piazzata in orbita attorno a Marte da una civiltà aliena. Più o meno quanto sostenuto, già negli anni '60 del secolo scorso, dall'astrofisico Iosif S. Shklovsky, membro dell'Accademia delle Scienze dell'allora URSS.
Calcolando le alterazioni nell'orbita di entrambi i satelliti marziani, così insolitamente piccoli e vicini al loro pianeta, lo scienziato russo era arrivato alla conclusione che non potessero essere dei normali asteroidi. "C'è un solo modo per spiegare la forma di Phobos e la sua densità estremamente bassa: dobbiamo immaginare che sia cavo, vuoto, come una lattina. Ma può un corpo celeste essere tale? Non lo è mai! Quindi Phobos deve avere un'origine artificiale", disse Shklovsky in un'intervista.
Forse proprio le sue teorie spinsero l'Unione Sovietica, nel 1988, ad una missione mirata a studiare questa strana luna. La sonda Phobos 1 smise di funzionare per un guasto pochi mesi dopo il lancio, mentre la gemella Phobos 2 arrivò in prossimità del satellite marziano, quando, all'improvviso, se ne persero per sempre i contatti. Ma l'ultima trasmissione inviata dalla sonda includeva un video, nel quale si notava un'ombra di forma ellittica nettamente proiettata sulla superficie di Marte. Quale oggetto l'aveva prodotta? Nessuno ha mai dato una spiegazione ufficiale per quell'immagine.
Ora l'attesa si concentra sìsulle  informazioni  raccolte da Mars Express, da 10 anni ormai impegnata nell'osservazione di Marte e dei suoi satelliti. "Con questo flyby ravvicinato, potremo capire qualcosa di più di queste misteriose lune", ha detto il ricercatore dell'ESA Olivier Witasse. Ma bisognerà aspettare qualche settimana prima che i dati siano elaborati dalle stazioni riceventi coinvolte nella missione e forse qualche mese prima che siano resi noti. Attendiamo curiosi.
Come noi, forse, lo farà anche Buzz Aldrin, l'eroe dell'epopea spaziale che- dicono gli annali ufficiali- toccò il suolo lunare appena dopo il collega Neil Armstrong. In un'intervista tv, nel 2009, l'ex astronauta non ha avuto esitazioni nell'affermare che il luogo più interessante da esplorare, il prima possibile, è proprio Phobos e che varrebbe la pena dargli un'occhiata da vicino.

Il motivo? Una protuberanza fotografata sulla piatta superficie avallata di crateri: sembra un blocco squadrato che si erge, solitario e sorprendente, come il monolite immaginato da Stanley Kubrick sulla nostra luna nel film "2001- Odissea nello spazio." Un vero peccato, che nel suo passaggio super-ravvicinato su Phobos Mars Express non abbia potuto scattare delle foto a quell'enigmatico masso geometrico.